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Fine del letargo

Eh si… si può dire che sono andata in letargo, perché non ho scritto più nulla e per un paio di mesi non sono andata nemmeno ad un concerto. Ma eccomi di ritorno, a primavera, piena di consigli e di recensioni da scrivere e di concerti da vedere nelle prossime settimane.

Per iniziare do solo un  consiglio… Un album che sto ascoltando da due giorni e che mi è piaciuto molto.
Dicono che sia uno dei migliori del 2008. Loro sono i Deerhunter, americani, fanno un rock che definiscono “ambient-punk”. Mi piacciono perché rispetto a tutte le altre band “indie-rock” mostrano un  attenzione particolare alla sperimentazione, sia musicale che vocale.
L’ album si intitola Microcastle e potete ascoltarne un paio di canzoni, tra cui vi consiglio  “Nothing ever happened” e “Never stops”,  sul loro Myspace.

Buon ascolto!

Incredibile ma vero, una manciata di ore prima dell’inizio del concerto *sold out* dei Fleet Foxes, riesco ad ottenere due biglietti per quello che penso sia il miglior concerto che ho visto quest’anno.
E in questa pazza settimana dublinese, piena di concerti interessanti, ho dovuto scegliere tra loro e gli Okkervil River, che spero tornino presto. Comunque devo dire che non me ne sono pentita.
Già alle otto e mezza arriva sul palco Josh Tilliman, il batterista della band, che ci intrattiene più con il suo humor che con la sua musica: chitarra e voce dopo dieci minuti annoiano. Si riprende solo quando arrivano gli altri membri della band, ognuno ad uno strumento diverso del solito, accompagnati anche dalla bella fidanzata/corista di Josh.
Dopo una mezz’oretta entrano i Fleet Foxes, iniziando con il coro a cappella di “Sun It Rises”. Da lì in poi è pura magia.
Il cantante Robin ci cattura con la sua voce e la sua interpretazione, che culmina quando intona l’unplugged di “Katie Cruel”, cover della cantautrice country Karen Dalton:

Da i brividi. Soprattutto dal vivo, silenzio in sala, buio, luce bianca che ci acceca.
“Robin you’re an angel” grida la ragazza al mio fianco. Eh si.
Ritorna la band, che tra una battuta su Obama e una su Enya e la musica tradizionale irlandese, riprende a suonare: “Your Protector”, “Mykonos”, “Tiger Mountain Peasant Song”. Le armonie vocali e le chitarre arpeggianti mi ipnotizzano.
L’incantesimo finisce dopo un’ora e mezza, ma per fortuna si può apprezzare anche ascoltando il loro omonimo album, che consiglio a tutti di ascoltare.

Vi lascio, nell’ordine:

alcune foto del concerto, per gentile concessione di darkmavis, che era con me al concerto: http://www.flickr.com/photos/darkmavis/sets/72157608743163832/

il myspace dei Fleet Foxes: http://www.myspace.com/fleetfoxes

altri video fatti da me ;) :

http://www.youtube.com/watch?v=rtjwxiesCvE 

http://www.youtube.com/watch?v=OmcFtOHsb8Q

30 ottobre 2008 Dublino

Mi piace questa coincidenza, siamo andate a due concerti contemporaneamente, due concerti in due realtà musicali così diverse.

Il 30 ottobre al Crawdaddy di Dublino c’è stato Micah P. Hinson ha presentato il suo nuovo album “Micah P. Hinson and the Red Empire Orchestra”.

Micah P. Hinson è burbero. Sul palco le luci sono puntate sulla moglie, al piano, e sul batterista/banjoista, e alla fine della prima canzone, Micah chiede al pubblico di non scattare foto, il flash gli da fastidio. Per questo non ho neanche una foto del concerto di giovedì 30 ottobre, ho voluto rispettare la sua richiesta.

Già dal primo impatto Hinson è ruvido, come la sua voce, potente e cavernosa, che contrasta ma si accompagna molto bene alla dolcezza delle sue note. E questa ruvidezza è forse dovuta al suo passato. Ne ha passate tante, dai problemi fisici, alla dipendenza dagli antidolorifici, passando per la bancarotta e la galera. La sua sofferenza è autentica, e la sua musica varia, sembra quasi attraversare le diverse sfumature dei sentimenti. E così Hinson canta da solo suonando la chitarra classica o quella elettrica, oppure sono classica e banjo come nella countrieggiante When We Embraced, o con tutta la band al completo.

Unica nota negativa… Micah non accontenta il pubblico che dall’inizio ad ogni pausa lo disturbava con “Don’t you don’t you don’t you” (per “Don’t you“… ovviamente) e nemmeno me che volevo sentire “Patience“… ma me lo dovevo aspettare…

Micah P. Hinson è burbero.

(Trovate un po’ della sua musica qui: http://www.myspace.com/micahphinson)

30 ottobre 2008 Roma

Perché questa storia funzioni ho deciso di fare così: raccontiamo tutte e due come abbiamo passato la stessa serata.

Anteprima della rassegna Martelive all’Alpheus, serata organizzata in collaborazione con
La vostra musica,iniziativa del quotidiano la Repubblica.

Il motivo che mi ha spinto a partecipare alla serata è stata la presenza degli EvaMonAmour, nuova band con un lungo passato, di cui avrò modo di scrivere.
Dopo le esibizioni dei Petramante e Massimiliano D’ambrosio, cantautore romano figlio del folkstudio, inizia il live degli EvaMonAmour.
Elettrici Appassionati Esperti Entusiasti Coinvolgenti. Una vera rock band, gente che suona insieme da sempre, che si capisce con uno sguardo, che durante i concerti dà il meglio di sé. Insomma gente che suona.
Dopo una manciata di pezzi del loro nuovo lavoro lasciano il palco ai Nobraino.
Ed io ci provo ad essere ben disposta, cerco di non dar peso allo strano leggio di uno dei fiati della band, (che ancora oggi non sono riuscita a capire cosa stesse a rappresentare), fingo di non vedere che ogni membro del gruppo indossa calzini a righe sui pantaloni, scarpe ed abiti in stile circense, ma poi iniziano a suonare. La gente sotto il palco canta balla fa foto, e mi dico che forse non capirò niente, ma il confronto è inevitabile e trovo questo show un modo per provare a creare un’immagine forte della band. E mi domando perché… e dopo qualche pezzo ho trovato un paio di possibili risposte:o è quello che il pubblico alternativo richiede, o è un modo per distrarre dal resto.

Il concerto inizia con un documentario in bianco e nero sui cavallucci marini, con il sottofondo di musica classica. Il mare rimane (ovviamente) il tema conduttore di tutto lo spettacolo, riproposto anche in un video proiettato durante la strumentale “The great Skua”, maestosa abbinata al volo dei gabbiani. Anche solo guardando il palco, decorato da gufi imbalsamati e bandiere, si capisce che non sarà uno show come gli altri.

Quando salgono sul palco, mostrano subito con l’abbigliamento la loro eccentricità che li rende unici, nonostante in molti li paragonino agli Arcade Fire.

Potenti con “Carrion”, coinvolgenti con “Waving Flags”, ricercati con “How Will I Ever Find My Way Home”, i BSP ci trasportano nel loro mondo, fatto di melodie dilatate, liriche poetiche e simboliche, chitarre e strumenti di tutti i tipi e le forme che cambiano continuamente da canzone a canzone.

Il bis è folle e geniale allo stesso tempo, con la richiestissima “No Lucifer” e la chiusura dalla durata di circa un quarto d’ora, con i ringraziamenti cantati da Yan e il crowd-surfing del chitarrista Martin che nel frattempo si avvolge con nastro isolante.

Che dire… unici!

 

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